giovedì 17 gennaio 2008

Bin Laden è stato ammazzato?

Riporto questo articolo sconvolgente dal Sito di Giulietto Chiesa (www.giuliettochiesa.it).
http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=News&file=article&sid=306

Il video cui Giulietto Chiesa fa riferimento è lo trovate qui:
http://www.youtube.com/watch?v=oIO8B6fpFSQ

tra il minuto 6.05 e 6.10 dell'intervista la Bhutto afferma che Bin Laden è stato assassinato.

Buona lettura.



(*) OSAMA BIN LADEN E' STATO AMMAZZATO


di Giulietto Chiesa - 14-1-08

*Dovrei mettere il punto interrogativo, per prudenza. Io non l'ho visto, non ho le prove. Ma chi lo dice è stata ammazzata e non era l'ultima arrivata sulla scena pachistana. E la sua morte, molto recente, mi pare come una conferma indiretta della validità della sua rivelazione. Per questo non metto il punto interrogativo. Lo mettano i maestri del giornalismo - italiano e mondiale - che hanno taciuto, insieme alle mille verità dell'11 settembre, anche questa notizia. Per oltre due mesi. Esattamente per due mesi e 11 giorni. Perchè questa notizia, con la "N" maiuscola, risale al 2 novembre 2007.



L'autrice si chiamava Benazir Bhutto. Il luogo della rivelazione il programma in lingua inglese di Al Jazeera "Over the World" condotto da David Frost, che appunto commenta con Benazir l'attentato dell'ottobre precedente che aveva fatto 158 morti, al suo primo ritorno in patria (clicca sulla foto per vedere il video).
Benazir dice, testualmente che "the man who murdered Osama bin Laden" è Omar Sheikh. Ho controllato (e molti prima di me): le labbra dicono proprio così. Qualcuno ricorderà che Omar Sheikh è quell'agente del servizio segreto militare pakistano ISI che trasferì 100 mila dollari a Mohammed Atta il giorno prima l'attentato dell'11/9. Qui finisce la notizia e comincia lo scandalo, anzi una matrioshka infinita di scandali, uno dentro l'altro.
Il primo è sbalorditivo. Al Jazeera ha la notizia in diretta. Il suo conduttore, David Frost, uomo esperto, sembra non accorgersene. Non interrompe Benazir, non chiede chiarimenti.
Il secondo scandalo è il silenzio di tutti i media occidentali (e ovviamente italiani). Anche se Benazir Bhutto avesse detto il falso la sua dichiarazione sarebbe stata una bomba atomica nel panorama mondiale.
Se non altro per essere smentita. Invece nulla. Silenzio. Non se ne sono accorti? Guardo sul contatore di You Tube, questa sera, 13 gennaio 2008, e vedo che 292.364 persone hanno visto quel video. Tutti meno i direttori di tutti i giornali e di tutte le tv dell'occidente. Altre decine di file tv, su You Tube, su Wikipedia, altrove, analizzano, commentano, da due mesi, e nessuno scrive una riga, nessuno dei media del "mainstream" dedica una riga, un 'immagine all'esplosione di interrogativi contenuta in quelle parole.
"L'Economist", illustre paravento quant'altri mai, ha appena dedicato una copertina del suo penultimo numero al Pakistan, definendolo "il luogo più pericoloso del mondo", ma non ha dedicato nemmeno una mezza riga a questa notizia.
E noi siamo tutti impegnati nella lotta mondiale contro il terrorismo, ma nessun governo, nemmeno il governo americano, nemmeno la Cia, nemmeno l'Fbi, si accorgono che colui che ci hanno additato come capo del terrorismo mondiale è stato ammazzato, o potrebbe essere stato ammazzato. Il presidente George Bush continua a ripetere le sue giaculatorie sul terrorismo e le sue minacce all'Iran e nessuno gli ha detto niente. Nemmeno quel dio sulla spalla del quale, quando è di cattivo umore, piange la mattina, dopo averlo pregato di scendere a fargli compagnia.
Non chiedono nemmeno di sapere quando, eventualmente, sarebbe stato ammazzato. Forse perchè qualcuno teme di avere mandato in onda una sua dichiarazione in video post mortem senza saperlo. Chissà se adesso Umberto Eco andrà a rivedere i suoi commenti sulla mancanza della "gola profonda" per l'11 settembre. Certo la povera Benazir Bhutto non era, finchè fu viva, una gola profonda. Lei non c'entrava con l'11 settembre.
Ma adesso a me risulta più chiaro perchè l'hanno ammazzata. Sapeva troppe cose e una di queste l'ha detta. Ed è bastata.
Il resto ci riguarda. Come possiamo tollerare ancora di essere costretti a lasciare nelle mani di bugiardi e cialtroni l'informazione nel nostro paese?

Annullata la visita del papa

Annullata la visita del Papa per l'inaugurazione dell'anno accademico all'Univeristà La Sapienza di Roma. E' una vittoria laica. Oggi c'è da brindare.

martedì 15 gennaio 2008

Battute di Luttazzi della puntata censurata

«ascolto Radio Maria come fosse un racconto di fantascienza di Philip Dick»

«dopo tanto che non riuscivo a rimanere incinta, ora ho otto gemelli: è un messaggio di dio», «no», replica Luttazzi, «hai presente quando non riuscivi a rimanere incinta? quello era il messaggio»

venerdì 11 gennaio 2008

Odio gli indifferenti

Odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci - 11 febbraio 1917

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

11 febbraio 1917

Gramsci sul capodanno

ODIO I CAPODANNI

1° gennaio 1916, di Antonio Gramsci, da Avanti! ed. torinese, rubrica "Sotto la mole"



Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell'immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d'inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
Forse è questo il vero motivo per il quale Luttazzi è stato censurato...

martedì 8 gennaio 2008

Discorso di Napolitano del 4 novembre

Me lo sono andato a rileggere, tanto per ricordarmi...
il grassetto è mio.



INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,
GIORGIO NAPOLITANO,
NEL GIORNO DELL'UNITÀ NAZIONALE E
DELLA GIORNATA DELLE FORZE ARMATE

(Roma, 4 novembre 2007)

In questa giornata del 4 novembre che sempre dedichiamo all'unità d'Italia e all'impegno delle Forze Armate ieri e oggi al servizio della Nazione, nel rendere poc'anzi omaggio al sacello del Milite Ignoto, ho rivolto il pensiero ai tantissimi italiani che, in armi, hanno perduto la propria vita per la Patria.
Novant'anni orsono, in questi giorni, i soldati italiani, attestandosi sul Piave, si apprestavano a portare a compimento l'unificazione dell'Italia, in quella che fu l'ultima guerra del Risorgimento nazionale. L'ideale di Patria unita, coltivato un secolo prima da pochi italiani illuminati, si stava per materializzare definitivamente, trasformando in realtà storica il grande progetto della comunione di tutti gli italiani su un unico territorio.
Al nostro popolo venne poi inflitta la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, da cui fu possibile uscire a testa alta grazie a un coraggioso impegno nella guerra di Liberazione, che vide gli italiani combattere, ancora una volta, per l'onore nazionale, per la libertà e per l'edificazione di un nuovo stato democratico.
Quelle vicende appaiono oggi molto lontane. Nel cuore dell'Europa e poi via via in tutto il continente si è costruito un solido assetto di pace ; l'unità territoriale e politica del nostro paese è stata posta al riparo da ogni minaccia diretta, i nostri confini fanno ormai tutt'uno con i confini dell'Unione Europea.
Ma le conquiste di benessere, e di progresso sociale e civile, raggiunte nell'Italia repubblicana sono messe alla prova e vanno consolidate in una società sempre più complessa, aperta e multiculturale, in un mondo segnato dalla competizione globale. E la pace di cui gode l'Europa unita non può farci ignorare o trascurare le tensioni che attraversano la comunità internazionale e che ci stringono da vicino.
Ci si richiede dunque un nuovo sforzo di coesione nazionale e un concreto impegno per garantire la pace anche al di fuori dei confini della stessa Europa, per contribuire alla costruzione di un nuovo ordine mondiale. Garantire la sicurezza internazionale, prevenire e superare crisi e conflitti in aree vicine e lontane, costituisce una responsabilità a cui non possiamo sottrarci, che non possiamo - né come italiani né come europei - delegare ad altri.
E' in questa luce che dobbiamo vedere il ruolo attuale delle Forze Armate. Esse già da anni fanno fronte alla minaccia del terrorismo internazionale e a molteplici fenomeni di instabilità e di guerra regionale. Lo strumento militare va visto come una componente, solo una componente del ben più ampio e articolato dispositivo multidisciplinare che occorre attivare nelle aree di crisi : ma non può essere in alcun modo sottovalutato nella sua necessaria dimensione e natura specifica.
Solo così l'Italia ha potuto e potrà fare la sua parte nell'ambito dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, in stretto rapporto con i partner dell'Unione Europea e della Nato.
In questo momento, oltre 8.000 soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri operano al di fuori del territorio nazionale, in teatri di crisi che vanno dai Balcani al Medio Oriente all'Afghanistan. Il loro impegno e quello di tutte le Forze Armate che li sostengono, si caratterizzano per alti livelli di efficienza, preparazione e professionalità, sono espressione vitale dell'unità nazionale su grandi scelte rivolte verso l'esterno e contribuiscono alla costruzione di un futuro di convivenza pacifica e di sviluppo cui lo Stato italiano e i suoi cittadini sono direttamente interessati. Il Paese ha il dovere di sostenere questo impegno e deve percepire come proprio l'obbiettivo di migliorare le capacità delle nostre Forze Armate.
Apprezzo e condivido gli sforzi che il Ministro della Difesa ed i vertici militari stanno producendo per rafforzare e affinare ulteriormente lo strumento militare, affinché possa assolvere al meglio le tante missioni assegnateci, pur nella piena consapevolezza dei condizionamenti imposti dalle limitate risorse a disposizione. Questo è stato l'orientamento chiaramente espressosi nelle recenti riunioni, da me presiedute, del Consiglio Supremo di Difesa. Non possiamo venir meno a quel livello di presenza e operatività militare che è lecito attendersi da un paese che è tra i quattro maggiori dell'Unione Europea.
Gli sforzi in atto sono volti ad accelerare il processo di razionalizzazione e a completare il programma di professionalizzazione delle nostre Forze Armate, con il sostegno dei previsti reclutamenti di giovani per le diverse categorie e qualifiche funzionali e con la rapida riduzione del personale anziano non più impiegabile in operazioni, riduzione da perseguire anche attraverso il transito in altre Amministrazioni pubbliche, che possano giovarsi di capacità professionali sperimentate. Ciò consentirà di incrementare il potenziale di intervento a parità di organici, riducendo nel contempo, a regime, gli oneri relativi alla retribuzione del personale.
Si sta procedendo in pari tempo alla verifica dell'attualità dei programmi di investimento, per finalizzare più direttamente il rinnovamento delle capacità dello strumento militare ai compiti da assolvere, sulla base degli obbiettivi che il Paese si prefigge di conseguire nel breve/medio periodo, pur tenendo in debito conto le prevedibili esigenze di più lungo termine.
Dobbiamo così rendere meglio compatibile la necessaria assunzione di responsabilità anche militari da parte del nostro paese nell'ambito della comunità internazionale, con le difficoltà di fondo della nostra finanza pubblica.
C'è da augurarsi che queste decisioni di rafforzamento delle nostre Forze Armate e del conseguente impegno di spesa, non separabile da un approccio di rigorosa qualificazione dell'uso delle risorse predisposte nel bilancio dello Stato, possano trovare il più intenso contributo propositivo e il più vasto consenso in Parlamento, nell'insieme delle forze politiche nonché sul fronte dell'informazione e del coinvolgimento dell'opinione pubblica. A nessuno possono sfuggire le preoccupazioni che nascono dall'aggravarsi della situazione in Afghanistan, dall'incombere di gravi incognite nella regione che abbraccia l'Iraq e l'Iran, dal riaccendersi di acute contrapposizioni nei vicini Balcani, dal persistere di tensioni nel quadro politico e istituzionale libanese, dal trascinarsi di una crisi lacerante nel Medio Oriente.
E' nostro dovere prepararci a fronteggiare ciascuna di queste possibili emergenze ; è dovere comune di tutti coloro che hanno vivo il senso della responsabilità e del prestigio dell'Italia dare prova di unità nel vigilare, e nel ricercare le strade che meglio possono garantire la sicurezza e condurre alla pace.

Viva le Forze Armate, viva la Repubblica, viva l'Italia!