giovedì 23 giugno 2011

Titanic Europa. Ormai è a rischio anche la moneta unica , di Vladimiro Giacché

Fonte:
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21123



Titanic Europa. Ormai è a rischio anche la moneta unica
di Vladimiro Giacché
su L'ERNESTO del 17/06/2011
[l’articolo è in stampa per la rivista “Marx 21 – nuova serie de l’ernesto – rivista comunista”]

BCE: un rialzo dei tassi pericoloso
Cominciamo con l’istituzione più importante di tutte: la Banca Centrale Europea. Come è noto, la filosofia economica (meglio: l’ideologia) su cui si fonda l’Unione Europea prevede che la formula magica per la crescita sia rappresentata da mercato + politica monetaria. In altri termini: per ottenere benessere e progresso economico è sufficiente che al libero dispiegarsi delle “forze di mercato” (ossia dei capitali in competizione) si unisca l’apporto delle politiche monetarie, che hanno il compito esclusivo di combattere il rischio di inflazione.
Le scelte compiute in questi mesi dalla Banca Centrale Europea sono coerenti con questi presupposti. E in effetti la BCE il 7 aprile scorso ha portato i tassi d’interesse nell’eurozona dall’1% all’1,25%, e nel mese di giugno ha confermato l’intenzione di inasprire ulteriormente la politica monetaria con un ulteriore rialzo. Non si può dire che questa politica rappresenti una sorpresa. Jean-Claude Trichet, il presidente della BCE, l’aveva annunciata già a marzo, motivandola con i rischi d’inflazione legati all’aumento del prezzo del petrolio. E, tanto per non lasciare dubbi su quale fosse la sua principale preoccupazione, aveva sottolineato che “quando c’è uno shock petrolifero” la responsabilità della BCE è quella di evitare “un effetto-travaso” sui salari, ossia un aumento di questi ultimi.
I motivi per giudicare sbagliato il rialzo dei tassi d’interesse in Eurolandia sono numerosi. Vediamone qualcuno.
1. Nell’eurozona non c’è oggi alcun serio rischio di inflazione. Alla BCE sono terrorizzati perché l’inflazione ha superato di qualche decimale il 2%, ossia il cosiddetto “livello obiettivo” oltre il quale i templari della stabilità monetaria si sentono obbligati ad intervenire. Ora, anche senza voler abbracciare la proposta, avanzata un anno fa da Olivier Blanchard (capo economista del Fondo Monetario Internazionale), di elevare al 4% la soglia di inflazione considerata rischiosa, la verità è che oggi in Europa la cosiddetta inflazione core, ossia l’inflazione depurata dalle variazioni di prezzo dei prodotti energetici e di quelli alimentari, è appena all’1%. E probabilmente non si muoverà di molto, visto che la debolezza della domanda fa sì che le imprese non possano trasferire facilmente (e tanto meno automaticamente) gli aumenti dei prezzi delle materie prime sui prezzi al consumo. Non solo: nel Regno Unito, dove l’inflazione nel quarto trimestre del 2010 ha superato il 4%, la Banca d’Inghilterra per ora si è guardata bene dall’alzare i tassi d’interesse, che là sono allo 0,5%, ossia al livello più basso dal 1694 (anno di fondazione della Banca d’Inghilterra). E questo perché teme gli effetti depressivi che un rialzo avrebbe sull’economia, già indebolita dai tagli per 80 miliardi di sterline decisi dal governo Cameron. Del resto, neppure negli Usa, dove i tassi sono allo 0,25% e l’inflazione è al 3,2%, la Federal Reserve ha sinora reputato necessario rendere più restrittiva la politica monetaria. Insomma: l’ossessione dell’inflazione è una malattia che colpisce soltanto l’eurozona.
2. Ancora più remota è la possibilità di forti aumenti salariali. Quanto alla seconda ossessione di Trichet, essa è ancora più infondata della prima. Oggi infatti l’aumento dei prezzi non si sta traducendo in un aumento dei salari. Per diversi motivi. Il primo è che sono pochissimi i Paesi europei che mantengono strumenti per legare in qualche modo i salari all’andamento dei prezzi. Ma il motivo più importante è un altro: dati i livelli elevati di disoccupazione, il potere contrattuale dei lavoratori è oggi molto debole. E infatti gli stessi salari nominali stanno rallentando un po’ ovunque. Infine, nell’unico Paese in cui il potere di contrattazione dei lavoratori sta aumentando per il diminuire della disoccupazione, ossia la Germania, un aumento dei salari sarebbe benefico in quanto ridarebbe fiato alla domanda interna.
3. Il rialzo dei tassi colpisce le economie più deboli della zona Euro. L’aumento dei tassi d’interesse, se risponde a problemi immaginari, crea però diversi problemi reali. E non da poco. Il primo riguarda gli Stati già alle prese con la crisi del debito, ossia Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Infatti per questi Paesi ogni rialzo dei tassi d’interesse significa un aumento dei già onerosissimi interessi pagati sui titoli di Stato (vale la pena di ricordare che nei primi tre Paesi citati essi si collocano oltre il 10% e nel caso della Grecia superano il 20%). Si è calcolato che, per la sola Grecia, l’onere aggiuntivo possa risultare pari all’1,6% del prodotto interno lordo. Non minori saranno gli oneri in più per il debito privato, che in Irlanda, Portogallo e Spagna ha superato il 210% del pil. Questo peggiorerà la situazione delle sofferenze bancarie, che in questi Paesi sono già molto elevate. Insomma: un rialzo dei tassi d’interesse aggrava la crisi del debito degli Stati in questione, rallentandone ulteriormente i tassi di crescita e peggiorando il rapporto tra deficit e pil (sia a causa della riduzione del pil che delle conseguenti minori entrate fiscali).
4. Il rialzo dei tassi aumenta la divergenza tra le economie dell’area euro. Questo è il punto fondamentale. Oggi in Europa la divergenza tra le economie è già molto accentuata. Le stime ufficiali della Commissione Europea, ad esempio, prevedono per la Germania una crescita del 2,4%, circa tre volte quella della Spagna. Ma c’è un dato ancora più rivelatore di questa divergenza, e riguarda proprio i tassi d’interesse. Gli economisti del Crédit Suisse hanno provato a calcolare i tassi “giusti” in Europa secondo la “regola di Taylor” (una formula che consente di calcolare il tasso d’interesse ottimale di un Paese date l’inflazione e le previsioni di crescita). Bene, secondo questa regola i tassi corretti per Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia dovrebbero essere pari al -4,6%. In Germania, invece, dovrebbero essere al 4,5% (senza segno meno davanti). Queste simulazioni sono un esercizio teorico, ma ci fanno capire come le economie dei diversi Paesi dell’eurozona siano drammaticamente divergenti e come già oggi tassi d’interesse unici a rigore non vadano bene per nessuno. È questa divergenza, oggi, il problema maggiore per la stabilità e la sopravvivenza stessa dell’euro. Ad ogni aumento dei tassi la situazione è destinata ad aggravarsi. E questo precisamente a causa dei danni arrecati alle economie più deboli dell’eurozona, che oggi di tutto avrebbero bisogno tranne che di interessi più elevati da pagare ai loro creditori.
5. Inoltre, un aumento dei tassi comporta un rafforzamento dell’euro. Lo abbiamo visto nei giorni successivi al rialzo di marzo, con l’euro che si è portato ai massimi da oltre 15 mesi, superando la quotazione di 1,46 sul dollaro (a metà giugno non è molto distante: 1,44). Il punto è che l’euro non aveva bisogno di rafforzarsi, in quanto era già molto forte. Questo danneggia le esportazioni verso gli Stati Uniti e i Paesi asiatici.
6. L’errore più grande è però un altro: quello di ritenere che l’economia europea nel suo complesso stia riprendendosi e tornando alla normalità. Le cose, purtroppo, non stanno in questi termini. La situazione economica mondiale, infatti, è in questo momento piena di incognite. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: dalla gravissima situazione degli Stati Uniti, dove a un debito pubblico fuori controllo si accompagna la disoccupazione più elevata da decenni, all’Inghilterra, presa tra la severità della manovra di bilancio e salari reali in forte calo a causa dell’inflazione; senza dimenticare il disastro tellurico e nucleare giapponese e le sue conseguenze sull’economia nipponica, che è tornata in recessione. E poi, senza andare tanto lontano, ci sono i Paesi della zona-euro intrappolati nella crisi del debito. Ma anche a questo proposito l’establishment europeo ha intrapreso una strada catastrofica.

L’Unione Europea vara il Fondo salva-Stati…
Quando, a marzo, i contorni del cosiddetto Fondo salva-Stati hanno cominciato a chiarirsi, qualche quotidiano ha avuto il coraggio di definirlo come una svolta storica: un entusiasmo decisamente eccessivo. I fatti sono questi: l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di un Fondo per interventi di emergenza (dotazione: 440 miliardi di euro), che a partire dal 2013 si trasformerà in Meccanismo Europeo di Stabilità (la stessa cosa di prima, ma con una dotazione di 500 miliardi di euro). Al Fondo dovranno contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea (quindi con un rilevante contributo italiano). Il Fondo potrà erogare prestiti ai Paesi in difficoltà, e anche comprare i loro titoli di Stato (oggi può farlo soltanto la Banca Centrale Europea).
Tutto bene, anzi male: infatti questo Fondo non funzionerà. Perché il concetto stesso di “prestiti” qui è fuori posto. I prestiti servono infatti soltanto a risolvere le crisi di liquidità e non quelle di solvibilità. Possono cioè risolvere soltanto condizioni di difficoltà momentanee di un Paese nel reperire denaro sul mercato dei capitali, quando, ad esempio, i titoli di Stato si deprezzano bruscamente a causa di un attacco puramente speculativo. Purtroppo, a dispetto della retorica ricorrente sugli speculatori – retorica che ad ogni tornante cruciale di questa crisi interviene per farci inseguire “colpevoli” di cartapesta e per impedirci di comprendere i processi reali – la situazione dei Paesi europei che oggi sono nell’occhio del ciclone non è questa. La loro crisi è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero (ossia consumano da anni più di quanto producano). Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici di quel Paese accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi.
L’elenco dei Paesi europei che oggi si trovano in questa situazione contiene qualche sorpresa: vi troviamo infatti non soltanto Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ma anche Regno Unito, Francia e Italia (la nostra bilancia commerciale si è chiusa nel 2010 in passivo per oltre 29 miliardi di euro). Tutti questi Paesi sono caratterizzati da un calo del peso dell’industria e da un peso rilevante, invece, di settori non rivolti all’esportazione (commercio al dettaglio, edilizia, trasporti, servizi al consumo e simili); in particolare, è relativamente bassa la loro quota di esportazioni verso i Paesi a crescita più elevata. La presenza nell’elenco di Francia, Regno Unito e Italia ci fa capire che il problema degli squilibri strutturali nei conti con l’estero non interessa soltanto i Paesi già andati in crisi, ma è molto più generale e potenzialmente dirompente.

Ma consideriamo ora gli Stati già investiti dalla crisi del debito. Nessun prestito potrà risolvere il problema sottostante all’indebitamento del loro settore pubblico, ossia la loro crisi di solvibilità. Anzi, potrà soltanto aggravarlo. E questo per almeno due motivi. Il primo è ovvio: i prestiti devono essere restituiti, e anche con gli interessi. Quindi, se i deficit strutturali non migliorano, i prestiti ricevuti non faranno che peggiorare la situazione. Il secondo motivo è rappresentato dalle condizioni che accompagnano questi prestiti. Esse prevedono sempre una forte riduzione della spesa pubblica e l’incitamento a riequilibrare i propri conti con l’estero (migliorando la competitività delle proprie merci e simili). Tutto molto ragionevole, in apparenza. Purtroppo però la richiesta di ridurre la spesa pubblica comporta una forte riduzione della domanda interna se i tagli riguardano le spese sociali, e un peggioramento in prospettiva della competitività di sistema se i tagli riguardano invece gli investimenti (ad esempio quelli in ricerca e sviluppo tecnologico, o in formazione, o in infrastrutture). Quanto alla richiesta di riequilibrare i conti con l’estero, visto che ormai per i Paesi che fanno parte dell’euro le svalutazioni competitive sono impossibili, è praticamente impossibile in tempi brevi aumentare le esportazioni in misura sufficiente a riequilibrare i deficit commerciali. C’è quindi un’unica strada: ridurre drasticamente le importazioni. Ma nel caso della Grecia esse andrebbero ridotte del 50%, in quello del Portogallo del 20%. Questo presuppone una riduzione anche molto violenta della domanda interna, che ha l’effetto di deprimere l’economia, e quindi di ridurre le entrate fiscali, accrescendo così il deficit statale. Sono misure impossibili: il primo ministro portoghese il 23 marzo si è dimesso proprio per questo. Dopodiché le elezioni hanno determinato un avvicendamento al governo, che però sarà assolutamente indifferente con riguardo alle misure imposte dall’Unione Europea e dalla BCE: le politiche di questi Paesi, ormai – in assenza di movimenti popolari in grado di imporre un radicale rovesciamento delle priorità politiche e delle “compatibilità” – si decidono infatti a Bruxelles.

…ma la Grecia va a fondo
L’assurdità di quanto viene richiesto è evidente nel caso della Grecia. Per capirlo basta ripercorrere per sommi capi quello che è accaduto negli ultimi anni.
Troppo spesso i nostri giornali negli ultimi mesi hanno rinchiuso la Grecia nel cliché ingiusto, e francamente anche un po’ ridicolo, di una sorta di paese di Bengodi, dove gli abitanti si sono dati alla pazza gioia per anni a spese dell’Unione Europea. La realtà è ben diversa. La Grecia è uno dei Paesi più poveri d’Europa. Dopo l’ingresso nell’euro i redditi diminuiscono, le famiglie si impoveriscono, le produzioni greche non riescono a sostenere la concorrenza dei Paesi più forti. Al tempo stesso, l’evasione fiscale è (con quella italiana) la più alta d’Europa, e le spese militari in proporzione alla ricchezza del paese sono addirittura le più alte d’Europa. Per restare nel club della moneta unica (anzi, già per entrarci) i conti vengono truccati: ma le istituzioni europee chiudono un occhio, perché così conviene agli Stati che esportano merci e prestano soldi alla Grecia, Germania e Francia in testa. La cosa sembra sostenibile negli anni di grande crescita (drogata) che precedono lo scoppio della crisi economica mondiale nel 2007-2008. Poi tutto salta per aria. A fine 2009 emergono i trucchi contabili e i problemi del debito pubblico. A maggio 2010, dopo mesi di tentennamenti, l’Unione Europea mette in piedi un piano di salvataggio: che in realtà salva soltanto le banche tedesche e francesi, che avrebbero perso un sacco di soldi se i titoli di Stato greci non fossero stati rimborsati al 100%. In cambio chiede un piano lacrime e sangue che finisce di distruggere l’economia greca: crollo della crescita, degli investimenti, dei salari (-20%), impennata della disoccupazione (+14%); crollo anche delle tasse (perché se non guadagno niente non pago le tasse): e quindi peggioramento della spirale debitoria.
In definitiva, la cura da cavallo imposta a questo Paese in cambio del “salvataggio” operato nel 2010 non solo non ha affatto sortito gli effetti sperati, ma ha peggiorato la situazione. Tanto da rendere praticamente certa almeno una ristrutturazione del debito pubblico greco. A marzo le probabilità che entro 5 anni la Grecia non sia in grado di onorare il suo debito sono stimate al 58%. Il Consiglio Europeo dell’11 marzo si decide quindi ad abbassare il tasso di interesse pagato dalla Grecia per il prestito ricevuto nel 2010, prorogando inoltre la scadenza del debito da 3 a 7 anni e mezzo. Di fatto, già questa è una ristrutturazione del debito greco, molto prossima a una dichiarazione di parziale insolvenza. Ma non basta. La situazione continua ad avvitarsi. A fine maggio, non un cittadino greco qualsiasi, ma il Commissario europeo per la pesca, Maria Damanaki, afferma che “lo scenario di una uscita della Grecia dall’euro ormai è sul tavolo”. Le probabilità di un default greco continuano a salire. L’11 giugno, infine, la cancelliera tedesca Angela Merkel – sino a quel momento assai ondivaga – rompe gli indugi e in un drammatico messaggio video afferma: “Bisogna salvare la Grecia, o una crisi molto peggiore di quella scatenata nel 2009 dal fallimento di Lehman Brothers si abbatterà sull’economia mondiale e travolgerà anche l’economia tedesca”. Le banche private tedesche e francesi si dicono disposte a cooperare, sottoscrivendo nuove emissioni di titoli di debito pubblico della Grecia per rimpiazzare le obbligazioni in scadenza. Si tratta a tutti gli effetti di una ristrutturazione del debito greco (in termini formali è un riscadenzamento: si allungano le scadenze per il rimborso del debito, anziché farsi pagare oggi di meno; ma concettualmente è la stessa cosa). In questo modo si apre una grave frattura con la Banca Centrale Europea, che si è sempre schierata contro una tale eventualità, perché teme di maturare perdite sui 45 miliardi di euro di titoli di Stato greci che ha ricomprato dalle banche europee in questi mesi, ma soprattutto perché ha paura di un effetto domino sui titoli di debito di tutti gli Stati in difficoltà dell’Eurozona. Il punto è che allo stato attuale l’unica alternativa ad una ristrutturazione è una vera e propria insolvenza, che avrebbe conseguenze ancora peggiori.

Con la Grecia, affonda il Titanic Europa. Italia inclusa
Quello che terrorizza la Merkel è però ancora un’altra eventualità: la possibilità che la Grecia alla dichiarazione di insolvenza accompagni l’uscita dall’Unione Europea, ossia dall’euro (il trattato in vigore infatti non prevede un’uscita volontaria dall’euro, ma soltanto dall’Unione Europea). È un terrore tardivo, ma giustificato. Probabilmente infatti sarebbe l’inizio di una serie di esplosioni a catena, che terminerebbero con la fine della moneta unica, di cui i tedeschi sono stati i principali beneficiari.
Il problema però è che, al punto a cui stanno oggi le cose, anche il riscadenzamento dei debiti della Grecia tardivamente sponsorizzato dalla Germania servirà a poco: da un lato abbiamo la depressione economica indotta dalle misure straordinarie di taglio della spesa pubblica e delle prestazioni di un anno fa, e quindi un crollo dell’attività economica, degli investimenti, dell’occupazione, ma anche il peggioramento dei conti pubblici (per via della diminuzione delle entrate fiscali) e la crescita del debito pubblico, che è ormai al 143% del prodotto interno lordo; dall’altro, il rialzo dei tassi di interesse della zona euro, che come abbiamo visto farà crescere gli interessi sul debito.
Nessuno nell’establishment europeo osa ammetterlo, almeno in pubblico, ma ormai l’uscita della Grecia dall’euro è la cosa più probabile. Molti analisti finanziari ormai danno la cosa per scontata. In questo modo la Grecia si riapproprierebbe, sia pure a caro prezzo, della propria sovranità monetaria. Ma i problemi non riguarderebbero soltanto la Grecia. Un elenco di quello che succederebbe se la Grecia dichiarasse insolvenza si trova in un articolo dell’economista inglese Andrew Lilico pubblicato sul Telegraph del 20 maggio scorso (What happens when Greek defaults):
1) tutte le banche greche immediatamente falliscono [perché hanno in portafoglio un terzo dei titoli di Stato greci]
2) il governo greco le nazionalizza e impedisce forzosamente prelievi dalle banche
3) per reprimere la rivolta dei risparmiatori, il governo dichiara il coprifuoco e la legge marziale
4) la Grecia inizia a stampare una nuova moneta e ridenomina il proprio debito in questa moneta (“nuova dracma”)
5) la nuova dracma svaluta del 50%, cancellando così metà del debito pubblico
6) il governo portoghese assiste all’evolvere della situazione greca e, se la ritiene sotto controllo dal punto di vista militare, dichiara insolvenza a propria volta
7) un buon numero di banche francesi e tedesche accumulano perdite tali da non rientrare nei requisiti minimi di capitale previsti dalla normativa
8) la Banca Centrale Europea è a sua volta insolvente, a causa della propria esposizione sul debito pubblico della Grecia e sulle banche greche e irlandesi
9) i governi francese e tedesco si incontrano per decidere se ricapitalizzare la BCE o permetterle di stampare moneta per recuperare la propria solvibilità: alla fine decidono di ricapitalizzarla (e di ricapitalizzare le proprie banche) ma dichiarano che è l’ultimo salvataggio
10) crollano le obbligazioni bancarie spagnole
11) poi l’attenzione degli investitori comincia a rivolgersi alle banche inglesi…

Ovviamente, a questo elenco si potrebbero aggiungere altre conseguenze plausibili. Tra le più probabili, va menzionato un forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i Paesi considerati in difficoltà, inclusa l’Italia. Che tra l’altro sta già finendo sotto i riflettori degli investitori internazionali essenzialmente per due motivi:
1) il primo è rappresentato dalla sciagurata revisione delle regole di Maastricht decisa al Consiglio Europeo del 24 marzo, che impone ai Paesi ad alto debito manovre di rientro nella misura di un 1/20 del debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo ogni anno. Questo obiettivo – accettato supinamente dal governo Berlusconi – comporta tagli alla spesa pubblica (e quindi degli investimenti pubblici) tali da colpire fortemente la domanda interna e anche la crescita della competitività (a cui sarebbe essenziale, ad es., un potenziamento delle infrastrutture);
2) il secondo è la bassa crescita (e il disavanzo commerciale), che rende impossibile diminuire il rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo attraverso un’aumento del pil anziché attraverso una riduzione del debito.
È evidente che, se a questi problemi già sul tappeto si aggiungesse un forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato (ossia degli interessi che lo Stato deve pagare ai suoi debitori), la situazione diverrebbe assolutamente incontrollabile. E condannerebbe il nostro Paese, se si decidesse di accettare la linea di rigore cara alla BCE e alla Commissione Europea, a un destino greco: manovre lacrime e sangue per ridurre il debito, depressione economica e quindi aumento del debito; e in prospettiva, dopo altri anni di stagnazione, l’insolvenza.

Conclusioni
Proviamo a trarre qualche conseguenza da quanto abbiamo visto.

1. La strategia di attacco al debito voluta dall’establishment europeo (quindi Bruxelles e Francoforte, ma anche – ed è bene sottolinearlo – i governi nazionali che partecipano al Consiglio Europeo, incluso quello italiano) conduce inevitabilmente ad una riduzione della domanda.
Essa infatti prevede:
a. che il debito pubblico sia ridotto attraverso un surplus primario delle finanze pubbliche (e questo implica minore domanda legata alla spesa pubblica);
b. che il debito delle famiglie sia ridotto attraverso una crescita del tasso di risparmio;
c. che il debito delle imprese rientri almeno in parte, la qual cosa può avvenire solo attraverso l’effetto combinato di una crescita del saggio di profitto e di un calo del tasso di investimento, e quindi una crescita del tasso di autofinanziamento nella misura utile a ridurre il debito.
Tutti questi elementi concorrono a deprimere la domanda. È una strategia che può funzionare soltanto a patto che il Paese interessato abbia una forte vocazione esportativa e che esporti soprattutto al di fuori dell’Unione Europea. Questa condizione si applica soltanto alla Germania, e – in parte – ad Austria, Olanda e Finlandia. Non si applica a nessuno dei Paesi del Sud Europa (Francia e Italia incluse).
2. Pertanto la strategia europea di rientro del debito ha i seguenti caratteri:
a. è marcatamente di classe: il rientro dal debito pubblico, per tutti gli Stati che hanno impegnato ingenti risorse per salvare il sistema finanziario nel 2008 e 2009, significa che questi soldi ora si vanno a prendere riducendo il salario indiretto (le prestazioni sociali) e differito (le pensioni): a questo infatti nella sostanza si riduce gran parte delle manovre di rientro elaborate dai governi.
b. È discriminatoria nei confronti di alcuni Paesi europei, la cui struttura produttiva mal si adatta a questa strategia. Per questa via, le attuali strategie europee di rientro dal debito di fatto fanno sì che la distruzione di capacità produttiva necessaria per far riprendere i profitti avvenga principalmente a spese delle attività manifatturiere dei Paesi del Sud Europa, accentuando processi di deindustrializzazione già da tempo in atto in questi Paesi (tra cui il nostro).
3. Ma siccome gli effetti di queste manovre sono socialmente ed economicamente distruttivi per alcuni Stati, e siccome è praticamente scontato un effetto domino a livello europeo
a. per le ripercussioni che l’esplodere di crisi del debito nei Paesi del Sud avranno inevitabilmente sui sistemi bancari dei Paesi del Nord;
b. per le ripercussioni che tutto questo avrà sulla struttura stessa dell’Unione Europea, a partire dalla moneta unica;
c. per il possibile innesco di un’altra crisi simil-Lehman (ma l’esempio migliore sarebbe quello del Creditanstalt austriaco nel 1931);
allora la strategia europea ha un’altra caratteristica: non funziona in generale. Ossia, alla lunga, per nessuno. Neppure per la Germania.
4. Per quanto riguarda più in particolare l’Italia, un’intransigente opposizione ai tagli della spesa pubblica che si prospettano è obbligata dai seguenti punti di vista:
a. Si tratta di misure di classe, alle quali va contrapposta la possibilità concreta di recuperare sul piano delle entrate, attraverso lotta all’evasione fiscale (120 miliardi il gettito evaso ogni anno) e imposte patrimoniali ben calibrate, le somme sufficienti a manovre anche di entità significativa. Ovviamente il problema è la volontà politica: questo governo non può agire in tal senso perché eroderebbe in misura significativa la propria base elettorale.
b. Si tratta di misure che, in quanto imperniate sulla riduzione della spesa pubblica, per i motivi visti sopra non scongiurano la crisi del debito, ma la rendono più probabile e più catastrofica.
c. Si tratta di misure che comportano un sostanziale ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia, riportando di fatto la situazione all’era del laissez faire dell’Italia pre-unitaria.
d. Infine, è il vincolo stesso alla riduzione del debito secondo le modalità viste sopra (di fatto un peggioramento dello stesso trattato di Maastricht) in una fase economica come l’attuale a risultare penalizzante oltre misura in particolare per l’Italia. Da questo punto di vista dev’essere denunciata la gravità sul piano della stessa sovranità nazionale dell’accettazione da parte del governo Berlusconi di queste norme-capestro dall’effetto potenzialmente devastante per il nostro Paese.

In questo contesto, è compito dei comunisti italiani
1. Consolidare i rapporti con tutti i partiti e i movimenti che in Europa si battono contro le manovre micidiali imposte dall’Unione Europea, a partire dai compagni del KKE in Grecia e del PCP in Portogallo.
2. Contrapporre all’Europa dei capitali, che sta implodendo sotto i colpi della crisi e per le proprie interne contraddizioni, un’Europa del lavoro: che non significa astrattamente “più diritti” nell’attuale contesto di mercato capitalistico (come in qualche cialtronesca “nuova narrazione” ci capita di sentire), ma – in concreto – un’Europa che unifichi verso l’alto gli standard salariali e di protezione dei lavoratori, difenda lo Stato sociale e allarghi la sfera di ciò che è pubblico, introducendo forme di orientamento e di controllo sociale della produzione.
3. Lanciare una grande battaglia per la democrazia in Europa: per restituire alla sovranità popolare tutti i poteri e le decisioni che in Europa sfuggono ad un controllo democratico.

giovedì 23 settembre 2010

ROMANIA: SONDAGGIO, UN ROMENO SU DUE RIMPIANGE COMUNISMO

ROMANIA: SONDAGGIO, UN ROMENO SU DUE RIMPIANGE COMUNISMO

(ANSA) - BUCAREST, 23 SET - Un romeno su due ritiene che si vivesse meglio durante il regime comunista, crollato nel dicembre 1989: lo stima un sondaggio commissionato dall'Istituto per l'investigazione dei crimini del comunismo e la memoria dell'esilio romeno (Iiccmer).
I risultati del sondaggio, condotto dall'agenzia Csop e divulgato oggi, indicano inoltre che il 25% dei romeni e' convinto l'ex dittatore Nicolae Ceausescu abbia fatto del bene al Paese, contro il 15% di avviso opposto. Il 40% degli intervistati definisce comunque criminale il regime comunista. Inoltre, il 75% considera che gli ex agenti e collaboratori della Securitate, la famigerata polizia politica comunista, non dovrebbero piu' ricoprire incarichi pubblichi o dovrebbero dimettersi se ne rivestono. Intervistato dalla radio pubblica Romania Actualitati, il direttore dell'Iiccmer, Adrian Cioflanca, ha spiegato che dal sondaggio risulta che la gente
non condanna il comunismo nel suo insieme ma solo certi aspetti, che confronta col presente, come le case o i posti di lavoro che il regime assicurava alla popolazione. (ANSA).

Apc-Romania/ Per un romeno su due si stava meglio sotto comunismo
Sondaggio rileva grandi timori per situazione economica

Bucarest, 23 set. (Apcom-Nuova Europa) - In Romania resiste la nostalgia per il comunismo: un cittadino su due dichiara che si viveva meglio prima del dicembre 1989, contro un 23% che ritiene fosse peggio e un 14% che non vede nessuna differenza. E' questo il risultato di un sondaggio realizzato dall'Istituto di indagini sui crimini el comunismo e dall'istituto CSOP.
Dal sondaggio si evince che la visione rosea del passato frutto dei timori per il presente, essenzialmente di natura economica: il 62% oggi preoccupato dall'instabilit del panorama lavorativo, dal livello di vita (26%), e dall'accesso alla proprietà (19%).
L'aspetto più negativo del comunismo risulta la mancanza di libertà, citata dal 69% dei consultati. Ma per il 23% l'ex dittatore Nicolae Ceausescu "ha fatto del bene" alla Romania.

martedì 27 luglio 2010

Fonte: Balkan Insight
http://www.balkaninsight.com/en/main/news/29691/

IMF Begins Review Mission in Romania
Bucharest | 26 July 2010 | Marian Chiriac

IMF headquarters in Washington D.C.
IMF headquarters in Washington D.C.
An International Monetary Fund team on Monday started talks with Romanian authorities over drastic action to cut back public spending following a €20 billion bailout package signed last spring.

The mission comes four weeks after an austerity plan, including cuts to the workforce and a 25 per cent slash in public sector wages, became effective.

The government had also planned to cut pensions by 15 per cent, but the Constitutional Court ruled the measure anti-constitutional, forcing authorities to raise the VAT tax on goods and services instead.

"We are confident that Romania will comply with all requirements and a new installment of help from the IMF and European Union will be disbursed soon," said Finance Minister Sebastian Vladescu.

Following the IMF review, Romania should receive the sixth disbursement of its loan, worth €900 million.

lunedì 26 luglio 2010

Il fiancheggiatore

Fonte: ANSA
Fiat: Bonanni, attenti a Fiom
Da azienda buona premessa per Pomigliano e Italia
21 luglio, 13:32
Fiat: Bonanni, attenti a Fiom (ANSA) - ROMA, 21 LUG - 'Azienda e lavoratori stiano attenti a non cadere alla trappola della Fiom', cosi' il segretario generale della Cisl Bonanni. 'La Fiom ha interesse a creare contrasti e a spingere alcuni lavoratori e l'azienda a comportamenti esasperati', ha spiegato Bonanni, in riferimento agli ultimi licenziamenti di dipendenti del Lingotto. I conti economici presentati dalla Fiat 'sono una buona premessa, non solo per Pomigliano, ma per il piano generale della Fiat in Italia', ha aggiunto.

sabato 26 giugno 2010

Il partito democratico contro la FIOM


Pd, lettera a Zavoli: “Troppa Fiom nell’informazione su Pomigliano”

Lettera al Zavoli da alcuni senatori Pd: "L’informazione in Rai è sbilanciata. Troppo spazio alla Fiom nella trattativa con la Fiat". Adelante, companeros!


Uno legge: c’è una lettera di alcuni senatori del Pd molto, molto dura, sul tavolo di Sergio Zavoli, il presidente della commissione di vigilanza Rai. Cacchio, uno pensa: ora sta’ a vedere che gliene cantano quattro, gli raccontano di come questa Rai, in un’ineluttabile autodistruzione indotta, stia sfiancando giorno dopo giorno i confini della decenza informativa. Uno va a prendere il cappello a cono e la vuvuzela del Carrefour – quella a mantice, eh – e torna a leggere.

Uno col cappello di cartone sulla testa legge una lettera del Pd, e ci legge: “Caro Presidente, è nostro dovere segnalarLe una palese mancanza di rispetto circa l’informazione“. Incontenibile. Impossibile non fremere. Le mani stringono lo strumento infernale, pronte a far festa: vuoi vedere che..

Uno continua a leggere. “L’informazione sul mondo sindacale nella sua interezza da parte di tutti i principali telegiornali RAI e in particolare del TG3 nell’informare sull’accordo alla FIAT di Pomigliano“. Ah, vabè, uno dice. Non riassume esattamente proprio tutto il cancro del quale la tv di stato soffre, ma ok. E’ vero. I media si sono sbilanciati parecchio, in questi giorni, sul referendum. Legge...

“Uno spazio soverchiante è stato dedicato alle posizioni assunte dalla FIOM Cgil, senza alcun contraddittorio o riferimento a posizioni alternative, se non in misura irrilevante, assunte da altre componenti del sindacalismo che invece rappresentano la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani e degli stessi dipendenti della FIAT di Pomigliano”.

Uno sta, come quando un vecchietto mite, col berretto, viene umiliato: il vecchietto prende il copricapo, lo porta a sè con entrambe le mani, abbassa la testa. Intanto ascolta la ramanzina. O, al limite, continua a leggere la nota dei senatori Pd.

“Dispiace che, in un momento come quello attuale, segnato da una profonda crisi, i cittadini italiani, e dunque i lavoratori, non possano sempre contare su un’informazione il più possibile completa. Siamo sicuri che queste considerazioni troveranno ascolto in Lei, Presidente, maestro di un giornalismo corretto e imparziale”. Silenzio.

Comunque eccoli, per chi li stesse cercando. Sono i compagni del Pd, quelli di Gifuni. Quelli che hanno firmato questa lettera che – ne siamo certi – farà tremare i potenti, gli arroganti, gli impostori e i subdoli governi travestiti da piscina traboccante di analcolico biondo. Eccoli, in ordine sparso, i nostri eroi: Benedetto Adragna, Emanuela Baio, Franca Biondelli, Carlo Chiurazzi, Lucio Alessio D’Ubaldo, Mariapia Garavaglia, Antonino Papania e Paolo Rossi. Adelante!
U‘

mercoledì 16 dicembre 2009

Lega Nord su Euopean Voice


A chi si chiede qual è l'immagine dell'Italia all'estero.

martedì 8 dicembre 2009

Non sono una persona vera


CHIESA: CARD.BERTONE, LA PERSONA VERA NON E' SENZA DIO
IN DUOMO A MILANO IL RICORDO DEI 400 ANNI DELL'AMBROSIANA
(ANSA) - MILANO, 8 DIC - Il cardinale Tarcisio Bertone, che dopo l'incontro con il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano alla Biblioteca Ambrosiana, ha celebrato la messa in duomo, nell'omelia ha ricordato che: ''La persona umana vera e pienamente realizzata e' quella che vive un rapporto positivo con Dio e non chi si pone contro Dio o senza Dio''.
Il segretario di Stato Vaticano ha quindi ricordato i quattrocento anni della fondazione della Biblioteca Ambrosiana, voluta dal cardinale Federico Borromeo e inaugurata giorno dell'Immacolata concezione del 1609. ''Il cardinale Borromeo -
ha ricordato Bertone - volle la biblioteca con grande lungimiranza. Rivolgo il saluto all'arcivescovo Tettamanzi, ai vescovi ausiliari, al prefetto della biblioteca e ai suoi dottori. Sono lieto, nella solennita' che e' propria di questa cattedrale, di poter incontrare cosi' numerosi fedeli e tra i quali in modo speciale i membri dell'Opus Dei. A tutti mi onoro di partecipare alla benedizione di sua santita' Benedetto XVI che ho incontrato ieri pomeriggio e che assicura a ciascuno la
sua preghiera, la sua vicinanza e il suo augurio''.
''Oggi - ha proseguito il cardinale Bertone - a 400 anni di distanza, commemoriamo l'inaugurazione dell'Ambrosiana anche con una solenne celebrazione liturgica. L'inaugurazione del 1609 fu un avvenimento culturale e da allora, infatti, le sale della biblioteca hanno visto passare migliaia e migliaia di studiosi.
Ma fu anche un fatto di grande rilevanza religiosa perche' l'Ambrosiana e' una istituzione ecclesiastica di cui la chiesa di Milano e italiana devono andare fieri. E' un' istituzione di autentica evangelizzazione''. (ANSA).

lunedì 7 dicembre 2009

Ha avuto ragione lui. Non sono incazzato ma definitivamente rassegnato

"E il futuro della Cosa nata a sinistra? È evidente che molto dipenderà dal risultato elettorale, ma il presidente della Camera lo vede comunque unitario: «Un soggetto unico, democratico e partecipato». Dentro il quale il comunismo sarà una «tendenza culturale». Al pari di quella «ecologista e femminista»"

Firmato: Fausto Bertinotti (aprile 2008)

"[...]A tal fine la Federazione riconosce e valorizza le diverse identità politico-culturali che sono maturate nell’ambito del movimento operaio, del movimento socialista e comunista, del movimento ambientalista, del movimento femminista, GLBTQ e dei diritti civili ed in generale nelle lotte per la libertà e giustizia che si sono espresse nel movimento altermondialista"

Dal manifesto politico della federazione della sinistra

venerdì 4 dicembre 2009

Boffo secondo Feltri

-Boffo/ Feltri: Fu una bagatella, non uno scandalo
"Ammirazione per direttore, potrebbe ancora stare al suo posto"

Roma, 4 dic. (Apcom) - In tutta la vicenda che lo ha riguardato
"Dino Boffo ha tenuto un atteggiamento sobrio e dignitoso che non
pu che suscitare ammirazione". Anche se il caso non sarebbe
scoppiato "se Boffo invece di secretare il fascicolo lo avesse
reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che
si trattava di una bagatella e non di uno scandalo". Lo scrive
oggi il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, che sulla prima
pagina del suo quotidiano afferma che "il caso chiuso" e
riconosce che Boffo, "giornalista prestigioso e apprezzato", "da
quelle carte non risulta implicato in vicende omosessuali", e in
esse "tantomeno si parla di omosessuale attenzionato". Questa "
la verit, e oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire".

L'occasione per Feltri la richiesta di chiarimenti di una
lettrice alla quale il direttore del 'Giornale' spiega che il suo
'scoop' in realt non era tale in quanto un settimanale aveva gi
pubblicato la notizia e che la risonanza dipese dal "risvolto
politico: era un periodo di fuochi d'artificio sui presunti
eccessi amorosi di Berlusconi e il cosiddetto dibattito politico
aveva lasciato il posto al gossip usato contro il premier anche
in tv, oltre che sulla stampa nazionale e internazionale. Persino
l'Avvenire, di solito pacato e riflessivo, cedette alla
tentazione - scrive ancora Feltri - di lanciare un paio di
petardi: niente di eccezionale, per carit, ma quei petardi
produssero un effetto sonoro rilevante. Nonostante ci - assicura
il direttore del quotidiano milanese - non mi sarei occupato di
Dino Boffo se non mi fosse stata consegnata da un informatore
attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme con un secondo
documento (una nota) che riassumeva la motivazione della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota oggi posso dire - ammette Feltri - non corrisponde al contenuto degli
atti processuali". Tuttavia, all'epoca dei fatti, "giudicammo
interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi
faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perch
anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto".

martedì 17 novembre 2009

Acqua privatizzata

Sono queste le cose sulle quali bisognerebbe fare opposizione. Altro che menate di facebook e puttane e transessuali.

(fonte: Rainews24)


Acqua pubblica

Acqua pubblica

Roma, 17-11-2009

Il governo ha chiesto il ventiseiesimo voto di fiducia, 18 dei quali alla Camera, sul decreto obblighi comunitari che contiene, all'articolo 15, la privatizzazione dei servizi pubblici locali, acqua compresa.

Lo ha annunciato nell'Aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito, "data la ravvicinata della di scadenza del decreto" con "obblighi comunitari che non possiamo eludere". Vito ha aggiunto che la fiducia sara' votata su un "maxiemendamento" con un testo "identico" a quello approvato dalla commissione che "e' identico a quello arrivato dal Senato".

L'aula della Camera ha respinto le pregiudiziali di costituzionalita' - presentate da Pd e Udc - al 'decreto Ronchi', che fissa disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunita' europee.

Insorgono Pd e IdV
"Si sarebbe arrivati subito ad un voto unanime su questo provvedimento se il governo avesse stralciato dal decreto l'articolo sui servizi pubblici locali che non ha il coraggio di discutere ne' di spiegare alla gente": lo ha detto nell'Aula della Camera Marina Sereni del Pd dopo che il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto Ronchi.

"Questa fiducia - spiega Sereni - non e' certo motivata dall'ostruzionismo dell'opposizione da dalla mancanza di fiducia del governo rispetto ai propri deputati".

Durissimo anche Massimo Donadi (Idv): "Voi umiliate il Parlamento e offendete la democrazia; siete una maggioranza appecoronata felice di non lavorare per un giorno".

Michele Vietti (Udc) ha invece ribadito che l'aspetto tempo, denunciato dal ministro Vito come alla base della fiducia a Montecitorio sul decreto, e' causato dal fatto che il testo sia stato per troppo all'esame del Senato. Una circostanza condivisa, questa, appieno da Simone Baldelli del Pdl, secondo cui "servono regole certe sui tempi certi per l'esame dei provvedimenti".

venerdì 6 novembre 2009

martedì 3 novembre 2009

Buon senso vittima del diritto

Una bella dichiarazione eversiva da parte di Bersani.


CROCEFISSO: BERSANI, ANTICA TRADIZIONE NON OFFENDE NESSUNO =
(AGI) - Bruxelles, 3 nov. - Da Bruxelles, il leader del Pd,
Pierlugi Bersani, difende la tradizione del crocefisso a
scuola: "penso che in questo delicato campo il buon senso
finisce per essere vittima del diritto", dice a giornalisti che
lo attendevano all'ingresso del palazzo Berlaymont, sede della
Commissione Europea per chiedergli un commento sulla sentenza
del Consiglio d'Europa a Strasburgo. "Penso - ha quindi
proseguito - che un'antica tradizione come quella del
crocefisso non possa essere offensiva per nessuno". (AGI)
Mpa/Zeb
031503 NOV 09

martedì 27 ottobre 2009

venerdì 23 ottobre 2009

EUROPEE, LEGGE ELETTORALE, AMMESSO RICORSO A CONSULTA


Ue/L. Elettorale, ammesso ricorso
a Consulta di
Diliberto e Vendola

Il Tar del Lazio ha ammesso i ricorsi alla Corte Costituzionale di Sinistra e Libertà (all'epoca Partito Socialista, Verdi e Sinistra democratica) e di Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani contro l'assegnazione di un seggio ad un europarlamentare della Lega Nord e di un altro dell'Italia dei Valori, a favore di Oliviero Diliberto e Nichy Vendola.

Il Tar ha, inoltre, ammesso il ricorso di Giuseppe Gargani del PdL contro l'assegnazione di seggi sulla base della sottrazione degli stessi ad altre circoscrizioni per nominare un diverso parlamentare dello stesso partito proprio in quelle altre circoscrizioni.

''L'accoglimento - spiega all'agenzia di stampa Asca l'avvocato Felice Besostri, estensore del ricorso di Sinistra e libertà e Senatore della commissione Affari Costituzionali nella XIII Legislatura - comporta la perdita di un europarlamentare dell'Italia centrale per la Lega Nord e di un altro dell'Italia dei Valori nella circoscrizione V, Italia insulare''. Ciò significa che, se anche la Corte costituzionale accoglierà i ricorsi, Diliberto sarà nominato europarlamentare per la circoscrizione III, Italia centrale e Vendola andrà a Strasburgo come rappresentante della circoscrizione V, Italia insulare.

''Il Tar del Lazio - dice ancora Besostri - ha ritenuto di ammettere il ricorso sulla base di un'interpretazione dell'articolo 21 della legge 18/79, come modificata dalla legge 10/09''. La tesi dei ricorrenti si basa sull'assunto che, ''malgrado la clausola di sbarramento, c'era nella legge un diritto di tribuna per cui i seggi da attribuire coi resti vanno anche alle liste che non hanno raggiunto il 4%, purché la loro cifra elettorale nazionale (i voti presi, ndr) sia superiore ai resti delle liste che avevano superato questa soglia''. E questo è proprio il caso di Sinistra e Libertà e Rifondazione Comunista che hanno più voti, in termini di resti, di Lega nord e Italia dei Valori.

Se poi la Corte accogliesse pure il ricorso di Gargani - spiega infine l'ex senatore - che investe anche la clausola nel suo complesso, per cui è ammesso alla ripartizione chi ha superato lo sbarramento del 4%, il PdL perderebbe 3 seggi, il PD 3, la Lega Nord 2, l'Italia dei Valori 1. Di contro, SL ne acquisterebbe 2, RC e PDCI 2, Partito liberale 2, Movimento per l'Autonomia 2.

mercoledì 23 settembre 2009

Aurora - Periodico degli emigrati per l'Unità Comunista

Aurora - Periodico degli emigrati per l'Unità Comunista

visitate questo sito
www.aurorainrete.org

giovedì 23 aprile 2009

Coscienza e totalitarismo. Vergogna al PE

"Chi controlla il passato controlla il futuro"
Riscrittura della storia e criminalizzazione del dissenso nell'Unione Europea
a cura Collettivo Autorganizzato Universitario
Lo scorso 2 aprile il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che sancisce l'equiparazione di nazismo, fascismo e comunismo. Questa risoluzione si basa sul revisionismo storico più sfacciato, spiana la strada ad un uso sempre più indiscriminato del "reato di opinione", estromettendo dal dibattito storico-politico ed imbavagliando chiunque esprima parere contrario alla Verità di Stato che è stata costruita. A pochi giorni dall'anniversario della Liberazione ci sembra fondamentale ricordare chi fu vittima e chi invece carnefice e quali realmente furono le forze capaci di liberare l'Italia e l'Europa dal nazifascismo.
di seguito una nostra riflessione in merito alla risoluzione...
Fra qualche mese saremo chiamati a dare ancora una volta il nostro voto alle elezioni europee: andremo a fare il nostro dovere di bravi cittadini, scegliendo questo o quel partito - in perfetta libertà - un sorriso di soddisfazione quando avremo messo la scheda nell'urna... Tutto bene, dunque. Ma ci siamo mai chiesti, fuori dalla retorica dominante, cos'è l'Unione Europea, quale sia il progetto di questa gigantesca realtà politico-economica, su cosa intenda fondare la sua unità? Domande apparentemente banali, certamente legittime, che forse ci potrebbero far capire qualcosa in più sulla nostra situazione concreta, su ciò che viviamo ogni giorno.
Un'occasione per fare queste profonde riflessioni ci è offerta da una Risoluzione approvata il 2 aprile 2009 dal Parlamento Europeo. Accolta favorevolmente da 553 deputati (con soli 44 no e 33 astensioni), degna dunque di tutta la nostra considerazione, la Risoluzione verte sul nobile tema: “Coscienza europea e totalitarismo”. A guardare il messaggio manifesto, pare ci si voglia spiegare secondo quali bei principi si intende costruire lo spazio della “civiltà europea”. Ma in verità, grattando solo un po', escono fuori gli interessi ben poco edificanti di chi vuole riscrivere la storia, limitare la ricerca scientifica e proibire certe opinioni politiche.
Ma vediamo meglio il testo della Risoluzione, partendo da quella sfilza di “visto...” che in ogni documento ufficiale traccia la mappa dei riferimenti ideali, il solco in cui il nuovo provvedimento si inserisce. Eccoli qui: la Risoluzione 1481 del Consiglio d'Europa (26/01/06) “relativa alla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti”, la Proclamazione della “Giornata europea della memoria per le vittime dello stalinismo e del nazismo” (23/09/08), la Dichiarazione di Praga (3/06/08) sulla “Coscienza europea e il comunismo”... Pare insomma che intorno a questo tema negli ultimi tempi si stanno dando parecchio da fare a Bruxelles. Eppure con la crisi economica che avanza il problema non è proprio scottante... Oppure si?
C'è infatti un'altra cosa che colpisce in quest'elenco di provvedimenti e Dichiarazioni di diritti fondamentali dell'uomo (puntualmente disattese): il riferimento alla decisione quadro del Consiglio d'Europa (28/11/2008), relativo alla “lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale”. Si tratta di una decisione che autorizza a punire penalmente chi, attraverso pubblicazioni e discorsi, incita all'odio contro lo straniero. Un encomiabile provvedimento, non c'è che dire. Ma che c'entra in questo contesto? Semplice: questo provvedimento, ed altri affini, servono come base giuridica per imbastire nei singoli paesi europei i processi contro chi fornisce un'altra versione della storia europea. Attenzione: non si tratta solo di colpire le schifose menzogne dei negazionisti! Attraverso un uso davvero spregiudicato del “reato d'opinione” si mira a restringere lo spazio delle cose che possono essere dette. Così criticare la politica dello Stato di Israele ci fa immediatamente diventare antisemiti, dunque razzisti, dunque condannabili. E riferirsi al comunismo ci fa immediatamente appartenere ad una supposta schiera demoniaca che predica l'odio e instaura dittature e gulag. Che nella “libera” UE, insomma, la censura diventi esplicita, passi in sentenza, dopo essere puntualmente in atto in ogni media ed in ogni istituzione accademica?
Una lettura delle considerazioni preliminari della Risoluzione ci conferma in quest'interpretazione: “Considerando che nessun organo o partito politico detiene il monopolio sull'interpretazione della storia... che le interpretazioni politiche ufficiali dei fatti storici non dovrebbero essere imposte attraverso decisioni a maggioranza... che un parlamento non può legiferare sul passato...”. Più che ipocrite, queste frasi rappresentano una curiosa, colpevole ammissione: negano ad alta voce esattamente ciò che sono impegnate a fare. Lo scopo della Risoluzione è infatti proprio quella di mettere dei paletti ben precisi alla storia europea, e condividerli in tutti i paesi attraverso una votazione. Bisogna infatti “porre le basi di una riconciliazione basata sulla verità e la memoria”.
Ecco un dato davvero inquietante: questo richiamo alla “verità”, quest'idea che possa essere imposta dall'alto. Viene da chiedersi: non è proprio quest'uso della Verità quello che storicamente i liberali hanno contestato ai regimi “totalitari”? In ogni caso ecco la nuova versione della storia europea: “l'integrazione... è stata una riposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista... e all'espansione dei regimi comunisti totalitari e non democratici dell'Europa centrale e orientale, nonché un mezzo per superare profonde divisioni... attraverso la cooperazione e l'integrazione, ponendo fine alle guerre e garantendo la democrazia”.
Davvero consolante, questa visione delle cose. Ma c'è da dubitarne: innanzitutto l'integrazione, più che aspirazione umanistica, è stata ed è tuttora un fenomeno eminentemente economico e, attraverso la NATO e la costruzione dell’esercito Europeo, anche militare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale quest'integrazione è servita a tutelare, in un'alleanza strategica, gli interessi delle borghesie dei singoli paesi occidentali – che si trattasse di commerciare carbone ed acciaio, o di sconfiggere le lotte sociali e le rivoluzioni al di qua della cortina di ferro (si pensi alla Grecia, in cui le forze anglo-americane intervennero negli anni '40 per sconfiggere una rivoluzione vincente).
In secondo luogo, l'integrazione non ha assolutamente posto fine alle guerre in Europa: basti pensare alla Serbia ed al Kosovo, dove l'UE è andata allegramente a bombardare (ah già, ma loro non sono “europei”...). Se poi parliamo delle guerre nel mondo, quelle non hanno mai smesso di aumentare dalla caduta dell'URSS, e l'UE, costituitasi come vera potenza in un mondo “multipolare”, vi ha ben contribuito mandando i suoi soldati in Somalia, Afganistan, Iraq...
La storia della “democrazia garantita”, poi, rasenta il ridicolo: mentre qualche decennio fa la democratica Germania Ovest metteva il partito comunista fuori legge ed i servizi segreti italiani preparavano stragi e colpi di Stato, oggi l'UE blinda le sue frontiere, causando la morte di migliaia di migranti, e militarizza lo spazio interno, schierando i soldati nelle sue metropoli, reprimendo chiunque manifesti idee differenti dal neoliberismo imperante. Senza parlare di interi popoli, come quello basco, ancora oppressi, o del controllo pressoché monopolistico dell'informazione, ci sarebbe da chiedersi che voglia dire “democrazia” per questi signori, se non il procedimento formale dell'elezione, sul cui senso peraltro ci sarebbe parecchio da dire (dalla scarsa partecipazione alle varie leggi “truffa”, con soglie di sbarramento e premi di maggioranza...).
Così l'integrazione viene presentata come “modello di pace e riconciliazione”, “libera scelta dei popoli europei a impegnarsi per un futuro comune”. E poco importa che i suddetti popoli abbiano votato più volte NO alla Costituzione ed al Trattato europeo... Con l'UE non si scherza! E infatti, seguendo la dottrina bushiana della “prevenzione” e dell'“esportazione della democrazia”, il Parlamento dichiara che l'UE “ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia... sia all'interno che all'esterno del suo territorio”!
Ma veniamo al punto essenziale della Risoluzione: il rapporto dell'Europa con il “totalitarismo comunista”. Qui si esercita la propaganda più becera: sparisce dalla memoria europea il colonialismo e l'imperialismo, la feroce spartizione del mondo in nome del profitto che ha portato milioni di persone alla morte, alla fame, al sottosviluppo; sparisce l'immane carneficina prodotta proprio da quelle logiche di accumulazione e conflitto intercapitalista, ovvero la Prima Guerra Mondiale; spariscono le responsabilità delle potenze vincitrici che vollero affossare e punire la Germania di Weimar, generando così il nazismo; sparisce l'attacco delle forze polacche, francesi e inglesi contro la giovane Unione Sovietica per affossare la Rivoluzione... Si arriva così a chiedere di consacrare il 23 agosto, data del patto Molotov-Ribentropp, alla memoria delle vittime del totalitarismo. Come se la Seconda Guerra Mondiale e le sue vittime non fossero state prodotte da ben altri accordi, quelli “pubblici” di Monaco, dove Francia e Inghilterra appoggiarono le deliranti pretese di Hitler e quelli “privati”, per cui il Terzo Reich doveva essere salvaguardato in quanto baluardo contro il contagio comunista. Con buona pace della Repubblica spagnola, uscita vincente dalle elezioni, ma condannata dal non intervento di Francia e Inghilterra dopo il colpo di Stato nazifascista...
Tutto insomma accade come se da un lato ci fossero i buoni, l'“Europa pacifica e prospera, fondata sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto”, e dall'altro i cattivi, non democratici, comunisti, che inspiegabilmente però hanno goduto di un supporto popolare notevole, hanno sconfitto il nazifascismo, stabilizzato zone da secoli teatro di faide e rivolte, hanno permesso la modernizzazione e lo sviluppo, hanno lottato ovunque per la pace e l'estensione dei diritti in tutti i campi della vita collettiva.
Così, non soltanto gli scambi fra i regimi democratici e quelli “totalitari”, comprovati negli anni '30 così come oggi, sono ignorati; non solo gli omicidi politici e le torture delle polizie “democratiche” occidentali non sono menzionate, non soltanto “gli eroi dell'epoca totalitaria” che ci si propone di commemorare sono spesso stati leader di formazioni filonaziste riciclate (si pensi ai paesi baltici, alla Croazia, alla Romania)... La cosa che nella Risoluzione colpisce è che tutta la complessità che si domanda all'analisi delle nostre società capitaliste, è negata a quelle del socialismo reale, contraddittori ma significativi esperimenti di democrazia effettiva, rappresentati come il regno dell'arbitrio di un pugno di esaltati, schiacciati sulle loro mancanze. Ma non è proprio una visione del mondo manichea quella che storicamente i liberali hanno contestato ai regimi “totalitari”?
Ancor di più, si assiste ad un'operazione di torsione del linguaggio che mira a stravolgere il senso stesso delle parole. Siccome il termine “comunista” non è ancora abbastanza squalificato, bisogna associarlo a qualcosa di terribile. Ecco come lavora l'ideologia: non solo al livello dei contenuti evidenti, ma sulle stesse forme espressive.
Allora si prende un termine oggettivamente squalificato come “totalitario” (saltando a piè pari sul fatto che questa definizione, secondo gli storici, è a malapena calzante per il nazismo e lo stalinismo), lo si associa con altri termini vicini, ma per nulla coincidenti e soprattutto vaghi, come “antidemocratico” e “autoritario”, e li si rende interscambiabili. Tutto ciò che non rientra nei canoni della democrazia borghese, è ipso facto diventato totalitario. I regimi dell'Est erano differenti dalla nostra democrazia, dunque erano totalitari - anche se si chiamavano “democrazie popolari” (strana ironia la loro, eh?). Ma questi regimi erano comunisti, dunque tutti i comunisti sono totalitari. E il totalitarismo è l'unica cosa che la democrazia non può tollerare. Dunque la democrazia non può tollerare il comunismo. E si deve impegnare affinché questo crimine non ritorni più.
Attraverso un uso ingiustificato e ripetitivo delle parole e delle loro associazioni, il “comunismo totalitario” è così inculcato, diventa materia non opinabile. Così, fra poco, ci dice ancora il documento, “un'Europa unificata celebrerà il 20° anniversario del crollo delle dittature comuniste”: si dà per scontato il festeggiamento, senza dire cosa ha comportato questo crollo, in termini di vite umane, di aumento della povertà, diminuzione dei diritti, emigrazione di milioni di uomini e donne, sacrificati allo sfruttamento ed alla prostituzione...
Bisogna comprendere che queste risoluzioni segnano un salto di qualità del revisionismo storico. Con l'equiparazione tra comunismo e nazismo (negata da qualsiasi storico serio, e da tutti i maggiori intellettuali europei del novecento, da Thomas Mann a Primo Levi), non si vogliono solo svilire gli ideali di chi ha combattuto per la giustizia e la libertà, né emarginare culturalmente e socialmente persone che hanno opinioni “scomode”. Si tratta di preparare le condizioni per la loro punizione, e di dissuaderli preventivamente a dichiarare le proprie idee. Queste operazioni ideologiche hanno insomma degli effetti concreti. Ispirando la pubblicazione di studi che si rovesceranno nelle università e nei manuali scolastici, utilizzando la Giornata della Memoria come spunto per violente campagne mediatiche, riscrivendo la storia d'Europa come conviene a chi vuole autolegittimarsi, si tenterà di togliere il terreno a chi lavora per una trasformazione dell'esistente.
Dietro la bandiera della lotta al “totalitarismo comunista” si cela quindi la lotta a qualsiasi forma di lotta sociale, di conflitto radicale, in nome di un presunto “equilibro” e di una “moderazione” funzionali alle esigenze del capitale. La criminalizzazione del comunismo coinvolge a largo spettro chiunque non nasconda il suo dissenso, lotti per la sua sopravvivenza, opponendosi ai licenziamenti, occupando una casa, una fabbrica, una facoltà, impedendo che si apra l'ennesima base militare o la discarica sotto casa. Mettendo fuori legge quella parola si mette fuori legge quello che quella parola vuol dire. E si inventano dei nemici, per dimenticarci quelli che abbiamo in casa. Utile, soprattutto in tempo di crisi.
In 1984 di George Orwell “l'eroe dell'epoca totalitaria” passava le sue giornate a rivedere i dizionari, a lavorare alacremente per far sparire certe parole, per creare una neolingua, ben epurata, che impedisse di pensare la dissidenza. Cancellava articoli di giornale, riscriveva la storia, perché “chi controlla il passato controlla il futuro”. Forse un regime capitalista non ha troppo bisogno di parate o di adunate: è tutto molto dispendioso. All'UE bastano le leggi di mercato, i media, la polizia, qualche intellettuale compiacente. Soprattutto, gli basta fabbricare ad arte l'ignoranza e la paura.

lunedì 30 marzo 2009

Il Tg1 fa lobotomia

Andato in onda domenica 29 marzo 2009
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2ef207b7-3e22-46bc-900f-f4ef4ed1627d.html

sabato 28 marzo 2009


Ecco il simbolo della lista comunista e anticapitalista che verrà presentato alle elezioni europee.

venerdì 13 marzo 2009

Pubblicato sul Financial Times (comment)

Flexibility gives way to rigidity’s virtues

By Paul De Grauwe

Published: February 22 2009 20:23 | Last updated: February 22 2009 20:23

The economic paradigm developed during the boom years was based on the idea of flexibility. The economically successful countries were those that allowed flexibility in goods and labour markets. Rapid growth lay ahead of them if they permitted companies to hire and fire without restrictions; if wage contracts made it possible for companies to adjust wages up and down quickly to changing economic conditions.

New growth models were developed by academic economists stressing the need for flexibility. International organisations chastised those countries with rigid labour and goods markets and urged them to introduce “structural reforms”. The European Commission was mesmerised by the idea of flexibility and cooked up the Lisbon Agenda with the ambition of transforming the European Union into a flexible economy.

The great role model was the US, which was seen to have a superior economic model thanks to its flexibility.

Today it is becoming increasingly clear that flexibility may not be a quality at all, but a serious handicap. Let us analyse why that is.

Since the outbreak of the financial crisis the world economy has been increasingly gripped by debt deflation. The dynamics of debt deflation are well-known and was described by Irving Fisher 80 years ago. Households and companies (including banks) faced with excessive debt have to sell assets. Asset prices decline, leading to more intense solvency problems elsewhere in the system. Companies are forced to fire workers and/or to reduce their wages. As a result, more households find it impossible to service their debt. Thus, in a debt deflation, the attempts of some to service their debts makes it more difficult for others to service their debts.

The source of the problem is the fact that the level of debt is a fixed nominal variable. The consumer who has to pay back a mortgage of $400,000 faces this rigid payback threat whatever the value of his assets or the value of his wage. Thus the problem of debt deflation is that there is one rigid variable (the value of the debt) while so much of the rest (asset values, wages, employment) is flexible. The more flexible these variables are, the more hellish are the dynamics of debt deflation and the more difficult it is to pull the economy out of it.

It follows that the most flexible economies will suffer most from this. In countries where companies can easily fire workers, or where they can cut their wages on a whim, these same workers will be hit harder by the debt deflation dynamics. They will have to sell their houses and their other assets more quickly, thereby threatening others (including banks) with bankruptcy.

When economies are hit by debt deflation they need circuit breakers. You guessed it: rigidities in wages, prices and employment contracts are such circuit breakers. They slow down the debt deflation dynamics, allowing for a more orderly retreat. Workers do not immediately lose their jobs; their wages are not cut instantaneously, giving some respite in the orderly winding down of debt levels.

Of course, these circuit breakers do not eliminate the debt deflation dynamics; they slow them down. There is one ultimate circuit breaker, however, that has the capacity to stop the dynamics. This is the social security system. “Rigid economies” have been chastised for having too generous social security systems. They pay their unemployed too much for too long. It now turns out that this ultimate source of rigidity is a great advantage. The workers that are made redundant in the rigid countries will have higher unemployment benefits that will sustain consumption and reduce the fall in prices. The debt deflation dynamics hit a floor.

One may argue that since the unemployed in the rigid countries get paid better, the budget deficits in these countries will increase more than in the flexible countries. This is far from certain though. For sure, the governments of flexible countries will spend less on unemployment benefits, but to the extent that the debt deflation leads to a stronger decline in economic activity in these countries, government revenues will decline more. As a result, budget deficits may actually increase more in the flexible countries.

The idea that flexibility is good and rigidity is bad continues to influence the minds of policymakers and analysts. Rating agencies, for example, continue to give a more favourable rating to US and UK sovereign debt based on the notion that the greater flexibility of these countries gives them a better capacity to adjust to the crisis than rigid countries such as Spain, Italy and Ireland.

The opposite is true. Today, rigidities in wages, employment and social security allow countries to deal better with the great rigidity that the fixed levels of debt impose on households and companies. We should cherish these rigidities.

The writer is professor of economics at the university of Leuven and the Centre for European Policy Studies

(trad in ITA)

La flessibilità ceda il passo alle virtù della rigidità Stampa E-mail
Scritto da Paul De Grauwe*, "Financial Times" ( trad. Francesco Fumarola per MdV)
venerdì 13 marzo 2009
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Clicca qui per la versione in inglese apparsa sul "Financial Times"
Il paradigma economico sviluppato durante gli anni del boom era basato sull’idea di flessibilità. Il successo economico fu di quei paesi che avevano introdotto la flessibilità nel commercio e nel mercato del lavoro. Una rapida crescita veniva garantita loro se si permetteva alle aziende di affittare e licenziare senza restrizioni; se gli accordi su salario facevano in modo che fosse possibile per le aziende, al mutare delle condizioni economiche, adeguare i salari al rialzo o al ribasso velocemente.

I nuovi modelli di crescita furono sviluppati da insigni economisti che estremizzavano il bisogno di flessibilità. Le organizzazioni internazionali criticavano aspramente quei paesi che avevano commercio e mercato del lavoro rigidi e li esortavano ad introdurre con urgenza “riforme strutturali”.

La Commissione Europea fu ipnotizzata dall’idea della flessibilità e si inventò l’Agenda di Lisbona con l’ambizione di trasformare l’Unione Europea in un’economia flessibile. L'esempio da seguire fu quello degli Stati Uniti, che sembravano avere un modello economico superiore grazie alla loro flessibilità. Oggi sta diventando sempre più chiaro che la flessibilità non può essere affatto una qualità, ma un handicap serio. E vediamo perché. Da quando è scoppiata la crisi finanziaria l’economia mondiale è stata sempre più stretta nella morsa della deflazione da debito .

La dinamica della deflazione da debito è ben conosciuta e fu descritta da Irving Fischer ottant’anni fa. Famiglie ed aziende (comprese le banche) per affrontare l’eccessivo debito hanno dovuto vendere i loro beni. I prezzi delle merci si sono ribassati, conducendo a problemi di solvibilità più intensa da qualche altra parte nel sistema. Le aziende hanno iniziato a prendere di mira i lavoratori e/o a ridurre i salari. Come risultato, un numero maggiore di famiglie s’è trovato nell’impossibilità di estinguere i debiti.

Così, nella deflazione da debito, i tentativi di qualcuno di pagare i debiti ha reso più complicato ad altri di coprire i propri. L’origine del problema sta nel fatto che il livello di debito è una variabile nominale fissa. Il consumatore che deve rimettere un prestito di 400 mila dollari affronta questa restituzione obbligata qualunque sia il valore dei suoi beni o il valore del suo salario. Così il problema della deflazione da debito è che c’è una variabile rigida (il valore del debito) mentre gran parte del resto (valore dei beni, salari, impiego) è flessibile.

Più le variabili sono flessibili, più infernale è la dinamica della deflazione da debito e più difficile è salvare l’economia. Ne consegue che le economie più flessibili soffriranno di più. Nelle nazioni dove le aziende possono facilmente licenziare i lavoratori, o dove esse possono tagliare i salari a capriccio, questi stessi lavoratori saranno colpiti più duramente dalla dinamica della deflazione da debito. Si dovranno vendere le case e gli altri beni più velocemente, minacciando di fallimento gli altri (banche comprese).

Quando le economie sono colpite dalla deflazione da debito essi hanno la necessità di un salvavita. Vediamo di indovinare: proprio rigidità nei salari, nei prezzi e nei contratti di impiego rispondono a questo bisogno. Frenano la dinamica della deflazione da debito permettendo una difesa più sistematica. I lavoratori non perdono immediatamente il lavoro; i salari non vengono tagliati all’istante, consentendo un po’ di tregua attraverso una riduzione regolare dei livelli di debito. Naturalmente, questi salvavita non eliminano la dinamica della deflazione da debito: la rallentano. C’è un salvavita definitivo , che possiede la capacità di fermarla. Si chiama sistema di sicurezza sociale. “Le economie rigide” sono state duramente criticate per avere avuto sistemi di sicurezza sociale troppo generosi. Sovvenzionano la disoccupazione troppo a lungo. Ma si dimentica che questa dirimente risorsa di rigidità è un grande vantaggio. I lavoratori in sovrappiù nelle nazioni rigide avranno più alti benefits di disoccupazione [ammortizzatori, ndr] che sosterranno il consumo e ridurranno la caduta dei prezzi. La dinamica della deflazione da debito si azzera.

Qualcuno può obiettare che poiché il disoccupato nelle nazioni rigide è meglio pagato, il deficit pubblico di queste nazioni crescerà più che nelle nazioni flessibili. Non è per niente certo. Di sicuro, i governi delle nazioni flessibili spenderanno meno per i benefits ai disoccupati, ma nella misura in cui la deflazione da debito produce un rallentamento più accentuato nell’attività economica di questi paesi, le entrate pubbliche diminuiranno in misura maggiore.

Come risultato, il deficit può crescere di più nei paesi flessibili. L’idea che la flessibilità è un bene e la rigidità è un male continua ad influenzare le menti di uomini politici e analisti. Le agenzie di rating, per esempio, continuano a dare rating più favorevoli al debito statale di Stati Uniti e Gran Bretagna, per via della nozione che la maggiore flessibilità di questi paesi dà loro una maggiore capacità di adattarsi alla crisi rispetto a paesi rigidi come Spagna, Italia ed Irlanda.

E’ vero il contrario. Oggi, le rigidità nei salari, nell’impiego e nella sicurezza sociale permette ai paesi di gestire meglio l’estrema severità che i livelli fissi di debito impongono a famiglie e aziende. Non dovremmo essere critici di queste rigidità.

*L’autore è professore di Economia all’Università di Leuven e al Centro per gli Studi Politici Europei
(tradotto dall'Inglese da Francesco Fumarola per MdV)

mercoledì 25 febbraio 2009

Sciopero "virtuale" e, per la felicità di angeletti, referendum preventivo!!

SCIOPERI: BOZZA DDL, ABROGARE E SOSTITUIRE LEGGE ATTUALE NEI TRASPORTI (2) =

(Adnkronos) - Questi i principi che il ddl intende recepire per la regolamentazione dello sciopero nel settore dei trasporti:

- a) Introduzione dell'istituto del referendum consultivo preventivo obbligatorio, a meno che non si tratti di proclamazioni da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentativita' superiore al 50 per cento dei lavoratori, e della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore almeno con riferimento a servizi o attivita' di particolare rilevanza;

- b) Previsione dell'istituto dello sciopero virtuale, che puo' essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarita' della prestazione lavorativa e delle
specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilita' di erogare il servizio principale ed essenziale;

- c) Predisposizione di adeguate procedure per un congruo anticipo della revoca dello sciopero al fine di eliminare i danni causati dall'effetto annuncio e di una piu' efficiente disciplina delle procedure di raffreddamento e conciliazione attenta alle specificita' dei singoli settori;

- d) Semplificazione delle regole relative alla rarefazione soggettiva ed oggettiva anche in funzione del grado di rappresentativita' dei soggetti proclamanti, nonche' di una revisione
delle regole sulla concomitanza di scioperi che incidano sullo stesso bacino di utenza